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La Collana 180 e la chiusura degli OPG







Cambiare tutto perché non cambi nulla?

Oggi l’Italia abolisce i vecchi manicomi criminali. Aldo Mazza, editore e membro di stopOPG, spiega perché vincere una battaglia non vuol dire aver vinto la guerra.
di Sarah Franzosini 31.3.2015

Nel XVII secolo Thomas Willis, medico britannico, riferendosi agli infermi di mente, affermava che “sono necessari disciplina, minacce, catene e percosse... Nulla è veramente più necessario e più efficace per la guarigione di queste persone che costringerle al rispetto e ad aver timore dell’intimidazione”. Una descrizione che non sembra essere così dissimile da quanto è accaduto fino ad oggi negli OPG (Ospedali psichiatrici giudiziari).

Oggi, 31 marzo, dopo l’ennesimo rinvio, le 6 strutture presenti sul territorio nazionale chiudono ufficialmente i battenti. Alcuni internati verranno affidati ai servizi psichiatrici territoriali, altri verranno inseriti gradualmente nelle Rems(Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza). Sarà interessante capire, a questo punto, quali misure adotterà l’Alto Adige in tal senso, dal momento che finora le persone affette da un certo tipo di disturbo mentale venivano dislocate nell’OPG più vicino, quello di Castiglione delle Stiviere.

“Il viaggio di Marco Cavallo”, il docu-film di Giuseppe Tedeschi ed Erika Rossifiglio della campagna dell’iniziativa stopOPG, sarà proiettato domani a Roma, in Senato, alla presenza di Giorgio Napolitano e Pietro Grasso. È significativo che Marco Cavallo, già simbolo negli anni ’70 di quella lotta che avrebbe portato alla legge 180 e alla chiusura dei manicomi, sia stato invitato a Palazzo Madama alla fine di un lungo percorso di lotta che lo ha visto di nuovo in prima fila dalla parte dei più deboli per giungere alla chiusura degli OPG.

La pellicola, prodotta dalle Edizioni alphabeta Verlag di Merano per la Collana 180 - Archivio critico della salute mentale, verrà inoltre trasmessa domenica 5 aprile alle ore 22.30 sul 103, canale della Rai regionale (è prevista anche un’altra replica in data da definirsi), per poi approdare, sempre in aprile, ai prossimi Bozner Filmtage. Abbiamo raggiunto al telefono Aldo Mazza, direttore delle Edizioni alphabeta (altoatesino d’adozione) e membro attivo di stopOPG, a un passo da quello che si preannuncia essere, almeno sulla carta, un importante momento storico.

Mazza, in principio erano i manicomi criminali, poi gli ospedali psichiatrici giudiziari, ed ora le Rems. Una psichiatra durante un convegno nell'ex OPG di Napoli ha dichiarato che le mura sono cambiate ma la sostanza è rimasta la stessa. Cosa ci dobbiamo aspettare per il futuro? Le Rems sono un compromesso accettabile?
Quello che è stato denunciato dalla Commissione Marino e da Napolitano e cioè che gli OPG sono luoghi indegni di un paese civile è la realtà, queste strutture non sono rieducative né riabilitative, i pazienti vivono in un degrado totale e in tali condizioni la loro salute mentale non può che peggiorare. Ora tutto dipenderà da come verrà affrontato il post-OPG, perché chiuderli non vuol dire risolvere il problema, ma fare un primo passo, gli interrogativi, d’altronde, sono ancora molti. C’è il rischio concreto, poi, che si ripresentino gli stessi problemi, riguardo la gestione dei malati, che si sono verificati una volta chiusi i manicomi. Una delle soluzioni applicabili dovrebbero essere le Rems, ma è il meccanismo stesso che porta a rinchiudere un individuo che deve essere messo in discussione. Il Codice Rocco del resto prevede, sulla base della presunta pericolosità sociale, la chiusura di queste persone all’interno di strutture con lo scopo di allontanarle dal contesto sociale. Il nostro obiettivo è che meno persone possibili vengano affidate alle Rems e che si punti piuttosto ai servizi psichiatrici territoriali.

Servizi che funzionano?

È qui che la questione si complica. In alcune regioni funzionano e si può contare su percorsi di cura e di reinserimento sociale, in altre funzionano male. Dobbiamo tenere alta la guardia perché dopo la chiusura degli OPG alcune persone verranno dimesse, altre, per via di quella pericolosità sociale di cui si parlava, hanno un destino ad oggi, e finché non cambia il quadro normativo, ancora incerto.

Ha parlato di “pericolosità sociale”, per quello che riguarda gli OPG l’intero sistema detentivo si basa sull'assunto di base che il soggetto considerato “malato mentale” sia “socialmente pericoloso”. Ci spieghi secondo lei il significato di questa definizione e i suoi limiti, se ce ne sono.
Il concetto di pericolosità sociale giustifica la chiusura di una persona ritenuta un pericolo per sé e per gli altri in una struttura che è sostanzialmente penitenziaria. Attualmente se un magistrato, sulla base di una perizia psichiatrica, dichiara una persona socialmente pericolosa la chiude negli OPG a tempo indeterminato. Questo è il meccanismo che vorremmo rompere, un primo risultato ottenuto è proprio quello che prevede un limite di tempo a questo internamento. Occorre fare di più però, non togliere la responsabilità a chi ha commesso un reato, arrivare ad una condanna e comminare una pena che preveda anche una cura, come si cura, ad esempio, pur mandandolo eventualmente anche in carcere, un cardiopatico che potenzialmente ha commesso un reato.


E se allora le strutture psichiatriche, detentive e non, spesso svolgono la funzione di “correzione” piuttosto che di cura, non sarebbe utile valutare progetti di sensibilizzazione, di prevenzione e servizi più adeguati per trattare queste criticità?
Certamente, se prima il soggetto veniva in qualche modo quasi cancellato perché confinato in questi luoghi, ora deve necessariamente rientrare in un circuito, e ogni percorso deve essere individuale. È fondamentale restituire la soggettività alle persone e per far questo occorre la collaborazione di servizi psichiatrici territoriali.

Ci sono già però le prime polemiche sulla chiusura degli OPG perché si teme che con la nuova legge molti internati pericolosi possano uscire…
Non si possono tenere tutti rinchiusi perché c’è il rischio che uno commetta un reato. Quando Basaglia chiuse i manicomi accadde un episodio per il quale venne duramente attaccato, fece uscire un internato e quello poco dopo uccise la moglie. Restò memorabile ciò che Basaglia disse dopo: “non possiamo mica mettere in galera tutti i mariti gelosi”.

In una società che ragiona ancora troppo per compartimenti stagni come sul binomio sano-malato e che emargina il concetto di ”anormalità”, crede che una rivoluzione culturale possa essere un ulteriore fattore terapeutico a questo punto?
La malattia mentale è un cosa che ci riguarda tutti, ognuno di noi è un soggetto potenzialmente a rischio, occorrerebbe quindi rapportarsi a questa realtà sforzandosi di cambiare prospettiva, accettandone la complessità, e in questo gioca un forte ruolo l’atteggiamento della società e anche un approccio diverso da parte di una certa psichiatria che troppo spesso corre il rischio di vedere la malattia e non il malato.





Mazza e «Alphabeta», megafoni altoatesini per la lezione di Basaglia
di Carlo Bertorelle, 02 Aprile 2014

L'editore Alphabeta di Merano è noto anche per aver dato vita, da qualche anno, ad una piccola e coraggiosa collana dedicata ai temi della salute mentale. La collana «180...

L'editore Alphabeta di Merano è noto anche per aver dato vita, da qualche anno, ad una piccola e coraggiosa collana dedicata ai temi della salute mentale. La collana «180 – Archivio critico della salute mentale» prende il nome dalla famosa legge 180, o “legge Basaglia” che decretava in Italia la chiusura dei manicomi e introduceva una rivoluzione culturale nella visione della malattia psichica. I titoli apparsi appartengono ad opere significative e conosciute da coloro che, nella comunità scientifica e fuori, si interessano a questa problematica: basti citare il noto “Marco Cavallo” di Giuliano Scabia o il diario autobiografico “La stanza dei pesci” di Flora Tommaseo, con prefazione di Claudio Magris. Una risonanza particolare essi hanno avuto anche nel Friuli e in città come Gorizia, Udine, Trieste dove l'opera di Franco Basaglia e di tanti medici ha visto partecipazione di opinione pubblica e autorità e dove questi temi e pubblicazioni circolano da anni.

“Il viaggio di Marco Cavallo” (la storia allegorica della rottura delle barriere dell'esclusione dei “matti” dal resto della società) è diventato nel frattempo anche un film, film che proprio ieri è stato presentato in una solenne cornice pubblica a Palazzo Giustiniani, sede del Senato, a Roma, in un incontro organizzato dalla commissione legislativa sanità, con ospiti il presidente del Senato, Pietro Grasso, e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. L'occasione è stata la data che potremmo definire storica di martedì 31 marzo, quando, per effetto di una recente legge, è scattata la definitiva chiusura anche degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg l’acronimo), residui della vecchia legislazione fascista Rocco, in cui venivano detenuti infermi mentali autori di reati gravi. Una notevole mobilitazione da parte di operatori e associazioni, riuniti attorno al Forum salute mentale, ha cercato di sensibilizzare la pubblica opinione e le amministrazioni per arrivare finalmente al termine di questa situazione e per predisporre la necessaria transizione dopo la chiusura di queste istituzioni totali ai margini della società e controllate fin qui ibridamente da autorità sanitarie e autorità giudiziarie e penitenziarie che non sempre hanno consentito democrazia e recupero civile per il mondo dei reclusi. La formula stabilita dalla legge è quella delle “residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza” (Rems, l’acronimo), luoghi più aperti che dovrebbero sorgere nelle diverse regioni, a contatto con i luoghi di provenienza degli ex reclusi, ma che a tutt'oggi muovono solo i primi passi e solo in qualche regione.
Di questa battaglia è stato appassionato portavoce anche l'editore meranese Aldo Mazza, con la sua collana di opere di documentazione, che per questo è stato ieri al Senato tra gli ospiti d'onore. Mazza ha anche personalmente partecipato al “Comitato stop Opg” e ha preso parte alla staffetta-sciopero della fame che negli ultimi mesi ha dato la sua solidarietà alla campagna per la rapida istituzione delle Rems e per impedire che esse diventino strutture neomanicomiali.

Nel suo diario, pubblicato nelle news del Forum salute mentale, ha scritto tra l'altro «...Siamo entrati nei 6 Opg e ho ancora nel cuore i tanti sguardi degli internati, e le loro parole... la proroga a tempo indeterminato del loro internamento è peggio di una condanna. Costringe a vivere in una terribile condizione di disinformazione, sospensione, estrema incertezza. La persona viene annullata, quasi cancellata... Tutto questo deve cambiare, la Costituzione deve valere anche per questi cittadini».

Ad Aldo Mazza, al suo ritorno a Bolzano, chiediamo cosa ha rappresentato per lui la giornata di ieri al Senato.
«É stato un momento di grande soddisfazione in quanto premia uno sforzo di anni. Ho potuto reincontrare tanta gente che ha condiviso questo impegno, un impegno che mi è sembrato condiviso con forza anche dal ministro Orlando. Ma adesso bisogna fare presto e far decollare bene le Rems, non si possono lasciare i pazienti a se stessi o, peggio, continuare a contenerli dentro luoghi assai simili ai vecchi manicomi».

In base a quali procedure le persone venivano recluse?
«I 6 Opg esistenti sono stati a lungo un inferno per coloro che ci vivevano, uno spazio extraterritoriale, di cui talvolta inchieste giornalistiche e commissioni d'indagine hanno rivelato fatti e comportamenti degradanti. In questo imbuto finivano appunto persone che non avevano subito condanne al termine di un normale iter processuale in quanto malati di mente, “incapaci di intendere e di volere” al momento del reato, ma comunque da isolare per non nuocere alla società. Senza limiti di tempo, dipendevano dalle scelte discrezionali di un direttore sanitario e di un magistrato. Una situazione insostenibile, che doveva cessare».

Cosa vi spinge a pubblicare opere sulla malattia mentale?
«Basaglia e i suoi sono stati un esempio di come gli ideali del Sessantotto hanno portato anche più civiltà nel paese. Come editore di Alphabeta considero un impegno culturale e di coraggio civile aver cercato di tenere alta l'attenzione su questo tema. Forse non è un argomento di moda, ma in tanti dibattiti ed incontri di presentazione di questi libri, abbiamo avuto un notevole riscontro di pubblico. Abbiamo cercato di tenere vivo l'insegnamento di Franco Basaglia e, credo, siamo stati utili a mantenere il contatto tra coloro che direttamente o indirettamente lavorano nel campo psichiatrico, compresi i pazienti e le loro famiglie».

Si può parlare, come si sente da più parti, di un futuro pericolo sicurezza?
«Le nuove strutture aperte che devono prendere il posto degli Opg avranno certamente i mezzi per garantire eventuali rischi sociali, ma vanno respinte campagne allarmistiche che chiedono solo “sicurezza” e vorrebbero blindare tutto. Alla base ci sono principi di civiltà e diritti umani che, se violati, offendono e minano la convivenza di tutti. Mi auguro che l' Alto Adige provveda al più presto, con le proprie risorse e autorità sanitarie, a fare la propria parte e a recuperare queste persone svantaggiate che sono di sua “competenza” non lasciandole sole, e che fino ad oggi erano recluse nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione dello Stiviere».


 

 

 

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